“La Sardegna non è una colonia penale”: perché la piazza del 28 febbraio riguarda tutti
28/02/2026
Il 28 febbraio, alle ore 11:00, in piazza Palazzo a Cagliari, si terrà la manifestazione pubblica “La Sardegna non è una colonia penale”. L’invito arriva direttamente dalla Presidente della Regione e il senso dell’iniziativa è chiaro: riportare al centro del dibattito una questione che non può restare confinata dietro le mura degli istituti penitenziari. Carceri, servizi territoriali, sicurezza, salute pubblica e legalità amministrativa si intrecciano in un nodo che, sull’Isola, ha assunto contorni sempre più preoccupanti.
La Sardegna ospita strutture detentive che gravano in modo significativo sui territori, e il tema non riguarda soltanto il trattamento dei detenuti: investe la tenuta complessiva del sistema pubblico, dalla polizia penitenziaria ai servizi sanitari e sociali, fino al personale dei Comuni chiamati a reggere l’impatto quotidiano di questa presenza.
Organici insufficienti e sovraffollamento: la frattura tra istituzioni e realtà
Il primo fronte è quello degli organici. La carenza di personale nella polizia penitenziaria non è un dettaglio tecnico: significa turni più lunghi, minore capacità di gestione, stress operativo costante e un aumento del rischio per chi lavora e per chi è detenuto. A questa criticità si somma il vuoto, altrettanto grave, nei servizi sanitari, sociali e nel personale degli enti locali che ospitano le carceri nel proprio territorio.
Quando il sistema è sottodimensionato, ogni funzione si irrigidisce: la prevenzione delle tensioni interne si indebolisce, l’assistenza sanitaria diventa intermittente, i percorsi di presa in carico sociale perdono continuità, e i Comuni si ritrovano a rincorrere emergenze senza strumenti adeguati. Il sovraffollamento, poi, agisce da moltiplicatore: comprime gli spazi, esaspera le condizioni di vita, rende più complessa la gestione quotidiana e deteriora il clima complessivo, con ricadute che non restano circoscritte all’istituto, perché si traducono in costi, interventi straordinari e tensioni che attraversano l’intera filiera della sicurezza e della salute.
41-bis e rischio mafioso: l’Isola non può diventare una destinazione “naturale”
Accanto ai problemi strutturali, c’è una preoccupazione che chiama in causa la tutela dell’ordine democratico: il pericolo di infiltrazioni mafiose e il rischio di concentrazione di detenuti sottoposti al 41-bis. La gestione di circuiti detentivi ad alta complessità non è un semplice tema logistico: richiede presìdi, intelligence, controlli, coordinamento costante tra amministrazioni e forze dello Stato. Se un territorio viene percepito come luogo “adatto” a ospitare quote crescenti di detenuti ad altissima pericolosità, il passo verso nuove pressioni criminali — dirette o indirette — può diventare più breve.
La Sardegna, con le sue specificità geografiche e infrastrutturali, non deve essere caricata di un ruolo che altera gli equilibri locali e innalza l’esposizione al rischio. È un tema che riguarda la sicurezza dei cittadini, l’integrità delle istituzioni e la serenità delle comunità che vivono accanto agli istituti penitenziari, spesso senza un adeguato rafforzamento dei servizi.
Una Commissione regionale su criminalità e corruzione: garanzia, controllo, verifica
Dentro questo quadro si colloca la richiesta — condivisa di recente — di istituire una “Commissione di inchiesta e vigilanza su criminalità organizzata, infiltrazioni mafiose e corruzione in Sardegna”, proposta dal gruppo Uniti per Todde in Consiglio regionale. Non si tratta di un’invenzione estemporanea: già nel 2021 era stata presentata, con primo firmatario e insieme ad altri consiglieri regionali, una proposta di legge per una Commissione analoga. Eppure, nonostante la Sardegna resti tra le poche Regioni italiane a non disporre di uno strumento del genere, nella precedente legislatura nulla è stato portato a compimento, nemmeno a fronte delle sollecitazioni del governo.
Una Commissione di inchiesta e vigilanza non è un simbolo da esibire. Serve per dare continuità istituzionale al monitoraggio dei fenomeni criminali, per incrociare dati e segnalazioni, per ascoltare territori e categorie esposte, per formulare indirizzi e proposte operative. Avrebbe anche una funzione di garanzia: controllo e verifica sui rischi di infiltrazione nel campo degli ingenti finanziamenti e investimenti pubblici, dove la rapidità della spesa e la complessità degli appalti possono creare zone d’ombra. Un presidio politico-istituzionale, se ben progettato e reso trasparente, diventa un argine: non sostituisce magistratura e forze dell’ordine, ma rafforza il livello regionale di attenzione, responsabilità e prevenzione.
La manifestazione del 28 febbraio, allora, non è una semplice chiamata alla mobilitazione: è un passaggio pubblico che mette insieme carceri, diritti, sicurezza e qualità dell’amministrazione. E soprattutto pone una domanda netta alle istituzioni: la Sardegna intende subire questa pressione o dotarsi, finalmente, degli strumenti adeguati per governarla.