Biomasse residuali, la Sardegna studia il potenziale energetico degli scarti agroindustriali
01/03/2026
C’è un patrimonio energetico che non si vede, distribuito tra campagne, allevamenti, segherie e impianti di trasformazione alimentare. Sono le biomasse residuali: scarti di lavorazioni agricole e zootecniche, sottoprodotti del legno, residui organici che oggi rappresentano in larga parte un costo di gestione e che potrebbero invece diventare leva strategica per la transizione energetica dell’Isola.
È il cuore dello studio sviluppato nell’ambito del PNRR – Sardegna e.Ins, Ecosystem of Innovation for Next Generation Sardinia – Spoke 7, curato da Rse con capofila l’Università degli Studi di Cagliari e realizzato con il coinvolgimento dell’Assessorato regionale all’Industria, di enti pubblici e privati, associazioni e comunità locali. Nell’aula magna della Facoltà di Ingegneria e Architettura si è svolto il quarto e ultimo appuntamento di presentazione, dopo Carbonia, Olbia e Nuoro, a chiusura di un percorso di confronto territoriale.
Un potenziale che vale il 10% dei consumi energetici regionali
I dati emersi delineano un quadro di grande interesse: le biomasse residuali già disponibili in Sardegna coprono una quota pari a circa il 10% dell’energia consumata sull’Isola. Una percentuale che, secondo lo studio, potrebbe arrivare a triplicare attraverso un’attività strutturata di recupero, produzione e valorizzazione.
La ricerca ha previsto una mappatura dettagliata delle risorse, con censimento delle diverse tipologie di biomasse e analisi di quelle più rilevanti per ciascun territorio. Sotto osservazione i biocarburanti liquidi, solidi e gassosi ottenibili da questi scarti, in grado di contribuire alla decarbonizzazione e alla sicurezza energetica, oltre a sostenere lo sviluppo di filiere industriali locali.
L’approccio adottato è multilivello: dalla ricognizione delle risorse alla valutazione delle tecnologie disponibili per la conversione energetica, fino alla costruzione di un ecosistema dell’innovazione capace di trasferire competenze e soluzioni alle imprese. L’obiettivo è creare un circuito virtuoso che trasformi un problema ambientale in opportunità economica.
Tecnologie, ambiente e filiere locali
Le biomasse residuali costituiscono un insieme eterogeneo, per composizione e distribuzione geografica. A questa varietà corrisponde una pluralità di tecnologie di trattamento e conversione: digestione anaerobica, gassificazione, produzione di biocarburanti avanzati, sistemi integrati di recupero energetico. La sfida consiste nel razionalizzare il sistema, individuando soluzioni adeguate alle specificità dei territori e garantendo sostenibilità ambientale.
Nel corso dell’incontro conclusivo, al quale hanno partecipato rappresentanti del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, di Confindustria Sardegna, di Sotacarbo e di Legambiente, è stata ribadita la necessità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili valorizzando le risorse presenti sul territorio. Le biomasse residuali vengono considerate una componente significativa del mix rinnovabile regionale, in grado di integrare e stabilizzare altre fonti come eolico e fotovoltaico.
Il percorso delineato dallo studio non si esaurisce nella dimensione tecnica. Implica scelte industriali, pianificazione territoriale, investimenti in ricerca e formazione. Se accompagnato da una governance coerente, può contribuire a rafforzare l’autonomia energetica della Sardegna e a generare nuove opportunità occupazionali nelle aree interne, dove la disponibilità di residui agroindustriali è maggiore.
La transizione energetica, in questa prospettiva, passa anche attraverso ciò che finora è stato considerato scarto: una risorsa diffusa che, se gestita con visione strategica, può incidere in modo strutturale sul futuro energetico dell’Isola.
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